Appollaiato sui colli teramani che fanno da sentinelle alla valle del Vomano, a 450 m slm, Canzano sonnecchia a metà strada tra mare e montagna, con l’imponente mole del Gran Sasso alle spalle ed una striscia di Adriatico che imperla l’orizzonte. Un borgo come tanti, Canzano, apparentemente uguale ai tanti che punteggiano l’appennino teramano, ma in realtà unico, ricco di piccoli tesori nascosti, dagli ambienti sotterranei scavati nel tufo, al di sotto di antichi palazzi nobiliari, alla torre circolare, vestigio del dominio degli Acquaviva di Atri, all’antichissima chiesa di San Salvatore, un tempo abbazia benedettina, con il suo ciclo di affreschi di scuola giottesca. Quello che, però, rende veramente unico il borgo è la ricchezza della sua tradizione, prima di tutto gastronomica: oltre all’olio e al vino, che quasi tutte le famiglie producono in proprio, qui il re della tavola è il tacchino alla canzanese, il piatto di cui i canzanesi, com’è evidente già dal nome, rivendicano con orgoglio la paternità, tenendo a precisare come, spesso, quello che si vende con lo stesso nome, non somigli per niente all’originale. Il tacchino alla canzanese è un piatto semplice, dalle radici antiche, tradizionalmente preparato a ridosso del Natale. Il tacchino, o meglio la tacchinella, le cui carni sono più tenere, viene cotto nel forno con acqua e aromi per lunghe ore, a fuoco lento, poi il brodo, filtrato e fatto raffreddare insieme alla carne, condensando forma una gelatina gustosissima e leggera. Ottimo da olo o accompagnato con verdure sott’aceto, il tacchino è il principe della sagra che, in suo onore, si tiene ogni estate e riempie le strade del paese di curiosi e affezionati. Il tacchino, però, non è il solo piatto tradizionale di Canzano, basti pensare allo Storione: non stiamo parlando del pesce raffinato, ma di un dolce a base di pasta di mandorle e crema pasticciera, che sembra ventilare la Sicilia…o gli arabi, quei mori a cui la tradizione popolare attribuisce la fondazione più antica dell’abitato, tanto che lo stemma di Canzano è la testa di moro sopra i tre colli su cui il paese si estende. Tradizione antica del paese, poi, è il ricamo: un’arte che le bambine imparano da piccole, dalle nonne o andando a scuola, gratuitamente, grazie all’associazione delle ricamatrici locali. Ogni anno i ricami della scuola vengono esposti in una mostra, gratuita anch’essa, ospitata all’interno del comunale palazzo De Berardinis, e tra tutti i ricami oggi spicca il Punto Canzano, creato partendo da antichi disegni di decorazioni e gioielli. Patrono del borgo è San Biagio, festeggiato il 3 febbraio, con la tradizionale benedizione della gola e delle pagnottelle, dolci simili a maritozzi, dall’impasto semplice e dal sapore di una volta. La tradizione religiosa e folkloristca più sentita, però, è quella che si lega all’apparizione mariana del 1490: la storia vuole che il bifolco Floro di Giovanni stesse arando il suo campo al seguito di una pariglia di buoi quando, vedendo gli animali inginocchiarsi, alzando gli occhi verso un pioppo, chiamato nella parlata locale Alno, vide la figura della Vergine apparire tra le foglie. L’apparizione si ripeté per tre giorni consecutivi, fino a quando i canzanesi non acconsentirono all’edificazione di un tempio in onore della Madonna, chiamata a seguito dell’episodio Madonna dell’Alno. In onore della Madonna e a ricordo del privilegio ricevuto, ogni anno i canzanesi festeggiano la ricorrenza del fatto: il 18, 19e 20 maggio la statua lignea della Madonna dell’Alno viene condotta in processione tra la chiesa parrocchiale a Lei dedicata e la cappella del Perdono, sorta sul luogo del prodigio. Vale la pena di fare una visita a Canzano, di passeggiare tra le viuzze del centro, di ammirare la piazza chiusa tra le facciate dei palazzetti nobiliari, di assaggiare la cucina gustosa e semplice, di parlare con la gente del posto, sempre cordiale e disposta ad accompagnarvi in visita ai tanti piccoli tesori che, qui, abbiamo appena accennato.
Maria Concetta Dercole