Federico Garibaldi e il suo lavoro: dell’urgenza, della rappresentazione
“Il pittore è condannato a piacere. In nessun modo può trasformare un dipinto in un oggetto di avversione. Lo spaventapasseri serve a spaventare gli uccelli dal campo in cui è piantato, ma il dipinto più terrificante è lì per attrarre visitatori. Anche la tortura reale può risultare interessante, ma in generale non si può considerare questo il suo scopo.”
— Georges Bataille, La crudele pratica dell’arte, 1949
“The painter is condemned to please. By no means can he transform a painting into an object of aversion. The purpose of a scarecrow is to frighten birds from the field where it is planted, but the most terrifying painting is there to attract visitors. Actual torture can also be interesting, but in general that can’t be considered its purpose.”
— Georges Bataille, The Cruel Practice of Art, 1949
“Il vestito, in quanto espressione del genere e quindi atlante dell’esperienza altrui, diventa il viaggio stesso nelle emozioni proprie e degli altri. Indossare un vestito significa aprire ai corpi una deriva nella vita delle altre persone e nella propria. Viceversa, grazie all’abito un corpo cessa di essere uno spazio puramente biologico e diventa una mappa, una carta delle emozioni che si possono suscitare negli altri corpi. Ogni abito trasforma i corpi in un atlante, un GPS che fa della vita altrui il principio di intelligibilità della nostra.”
— Emanuele Coccia, Alessandro Michele, La vita delle forme, HarperCollins, 2024
In un momento storico in cui tutto scorre alla velocità di un dito sullo schermo, il lavoro di Federico Garibaldi si impone per la sua capacità di intrecciare competenze legate alla rappresentazione fotografica con un linguaggio che strizza l’occhio alla pittura e alla costruzione dell’immagine del Novecento. Il suo sguardo è attento, preciso, colto.
Ho conosciuto il lavoro di Federico Garibaldi a Milano: ogni singola composizione nasce da un’attenta ricerca sul reale, da un viaggio, prima interiore e interiorizzato.
La città, nei suoi movimenti e nei suoi flussi, viene raccontata a diverse scale rappresentative: dall’insieme al dettaglio, dall’architettura al gesto quotidiano. Il viaggio, il percorso, la meta.
Non esiste opera che non esprima la tensione tra irreale e immaginario. È proprio questa urgenza della rappresentazione, la necessità di usare la camera fotografica come strumento pittorico, a rendere il suo lavoro riconoscibile e necessario.
L’arte astratta del Novecento, ma anche la Transavanguardia, entra nelle sue opere, le trasforma e le attraversa.

Bataille ci ricorda che l’opera d’arte — anche la più disturbante — nasce per attrarre, per provocare uno sguardo, per essere vissuta. Questo vale anche per Garibaldi: le sue immagini non respingono, ma interrogano; non si impongono come enigma, ma si offrono come possibilità. Una fotografia che, come un dipinto, non si limita a mostrare ma chiede di essere letta.
E quando l’opera si confronta con la moda, come accade nel lavoro di Garibaldi, la riflessione si intensifica. La moda, ci insegnano Emanuele Coccia e Alessandro Michele, non è superficie o decorazione, ma dispositivo di senso: l’abito diventa atlante dell’esperienza, una mappa emotiva che rende il corpo leggibile. Ecco allora che l’immagine fotografica, in Garibaldi, non solo racconta un “abito”, inteso come “abitare” ma narra la trasformazione del corpo in linguaggio e del linguaggio in gesto. L’abito diventa racconto, e l’immagine che lo documenta è un atto di conoscenza.
Credo sia importante analizzare il lavoro di Federico Garibaldi non solo dal punto di vista fotografico – intendendo la fotografia come arte consapevole di trasfigurazione del reale – ma anche da quello pittorico. La pittura del Novecento, il “secolo breve”, quello delle contraddizioni, dei colpi e dei contraccolpi della storia.
Siamo di fronte a un’opera che richiede lettura e comprensione, come in una sineddoche: una parte per il tutto, e il tutto per una parte.
Il ritmo della narrazione, nelle sue fotografie e nei suoi video, segue un’etica precisa. Un’etica che si fa racconto e che, soprattutto, esprime l’urgenza di prendere posizione.
Lo spazio, il paesaggio, ciò che la camera inquadra in un determinato momento, non sono altro che pretesti per raccontare un io complesso, stratificato.
E se il lavoro di Garibaldi guarda anche alla moda e alla sua rappresentazione – oggi più che mai intesa come arte contemporanea, come manufatto da indossare per esprimere la propria visione del mondo – è proprio in questo sguardo che si rivelano le tensioni del contemporaneo.
Cosa significa, in fondo, mettere un filtro su un’immagine?
Significa osservarla, analizzarla, comprimerla, fotografarla, svilupparla, stamparla.Tutte queste azioni, nel loro insieme, compongono una procedura, un processo, una cifra. La cifra di Federico Garibaldi.
di Carlo Biasia