• Quanto costa studiare in una università inglese?

    Martedì, 15 Maggio 2012,
    Il prestigio e la tradizione di un college della Gran Bretagna rappresenta ancora un importante lasciapassare per la ricerca di un buon lavoro Chi più spende, meno spende. Un vecchio proverbio che non passa mai di moda. Soprattutto se per la testa balena l'idea di una carriera universitaria all'estero. Prestigio e tradizione dei college inglesi sono un vero lasciapassare nel mondo del lavoro, ma a quale prezzo? Facciamo due conti e qualche considerazione. 8,393 sterline equivalenti a diecimila euro per intenderci. In Inghilterra, dall'anno accademico 2011/12, è questa la retta annuale media per studenti che non beneficiano di agevolazioni. Un incremento spaventoso, se si pensa che fino all'anno precedente vi era un Cap cost di 3,350 sterline all'anno. Un aumento, tra l'altro, approvato tra mille contestazioni dal Governo inglese, che però ora si trova a fare i conti con la mancanza di liquidità per far fronte alle iscrizioni: in Inghilterra infatti è proprio il Governo che paga la retta annuale agli studenti in corso, i quali la rimborsano non appena il loro guadagno lordo supera le 21,000 sterline annuali. L'effetto, forse indesiderato, è quello che il Governo stesso possa chiedere alle università di ridurre sensibilmente il numero degli iscritti. Con il rischio concreto di creare una nuova classe sociale: quella accademica, fatta da sempre meno studenti, sempre più ricchi. Cari, si. Elitari, forse. Ma è altrettanto vero che i college inglesi si occupano dello sviluppo dello studente in ogni fase del corso di laurea, dall'attività periodica di tutoraggio agli alloggi garantiti e a prezzi agevolati, dalle strutture sportive di primo livello alle sale computer accessibili a tutti. Senza dimenticare i rapporti preferenziali (e trasparenti) con aziende private per periodi di stage. E il nostro Ateneo? Dalla scorsa estate la retta annuale per gli immatricolati all'università di Perugia varia, a seconda della fascia contributiva, da un minimo di 439 ad un massimo di 1,699 euro. Quindi, anche nella peggiore delle ipotesi, studiare 'in sede' costerebbe circa sei volte in meno rispetto a quanto pagano i nostri colleghi oltremanica. Ma, finanze a parte, è (ancora) così vantaggioso laurearsi nel nostro paese? Cosa 'compriamo' con quei millesettecento euro all'anno, cifra che il nostro Governo sicuramente non ci anticipa e che tra l'altro può anche raddoppiare se l'analisi viene condotta sull'intero territorio nazionale? Numeri a parte, l'impressione è che la 'nostra' università abbia principalmente fallito nel non essere riuscita a stare al passo con i tempi, lasciando lo studente abbandonato a sé stesso e ai suoi soli mezzi, consentendo sì l'accesso alle lezioni ma provvedendo a ben poco altro. Generalizzare, si sa, è sbagliato ma non si può certo negare che i servizi di cui disponiamo sono insufficienti, le attività e le iniziative extra-accademiche assenti o male organizzate, l'accessibilità ai professori ridotta e le strutture (a cominciare dagli alloggi) spesso inadeguate. Il risultato è che lo studente 'medio', quello che dovremmo prendere come riferimento per misurare il successo di un istituto di istruzione, spesso perde motivazioni e fiducia in sé stesso, manca di senso di appartenenza all'ateneo, non ha particolari interessi legati all'università al di fuori del superamento degli esami. Ma se questo approccio aveva un senso in un ambiente estremamente selettivo come quello dei nostri atenei fino all'introduzione del Nuovo Ordinamento, ora probabilmente non funziona più. E a farne le spese è proprio chi, con una pergamena in mano ed il portafoglio vuoto, si affaccia per la prima volta al mondo del lavoro.
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