sezione arte riflesso magazine

La "Muta" che risalta i virtuosismi di Raffaello

Martedì, 29 Novembre 2016,
Arte,
Quando la popolarità d’una persona conquista il consenso unanime di intere generazioni è sufficiente il solo nome per evocare la vita e la celebrità delle opere di quel personaggio. È il caso di Raffaello, che non ha certo bisogno del cognome, Sanzio, per essere immediatamente identificato anche tra i non "addetti ai lavori". Il maestro nacque ad Urbino nel 1483, in uno dei centri artistici e culturali più vivi della Penisola. A scuola non sfoderò la stessa straordinaria abilità ed attitudine che lo resero famoso nella pittura, perciò appena poté, si liberò presto dei libri per maneggiare con più disinvoltura pennelli, colori e tavolozze. A soli 11 anni, dopo la morte del babbo, anch'egli pittore, passò dalla bottega di Timoteo Viti a quella di Pietro Vannucci, detto il Perugino, la cui fama all'epoca eguagliava quella di Michelangelo e di Leonardo. I lavori che eseguì insieme al maestro umbro gli valsero da trampolino di lancio e, giovanissimo, il pittore urbinate vide aumentare gloriosamente la sue ordinazioni e la sua fama. Monsignori, nobili e facoltosi cittadini se lo contendevano sborsando fior di ducati senza batter ciglio, tanto era la soddisfazione e il prestigio che una sua opera sortiva nei salotti dell'epoca. Raffaello si dedicò notte e dì alla pittura, con una tempra instancabile; l'unica distrazione era la sua immane passione per le donne, forse elevata quanto la pittura, dato che aveva spasimanti a iosa. Si dice che fosse bello, elegante e generoso e riservava alle sue dame la stessa dedizione che metteva nell'arte. Come tutti i grandi e rispettabili personaggi suoi coevi girò un po' tutta l'Italia e lo troviamo a Perugia, mentre lavora al Palazzo di Cambio, a Siena, a Firenze, dove conobbe Fra Bartolomeo e forse anche Leonardo e Michelangelo, si diresse poi a Roma su chiamata del Papa guerriero Giulio II, che lo volle nell'Urbe per adornare le celeberrime stanze vaticane con i gloriosi affreschi, che l’hanno incoronato per sempre nell'olimpo dei pittori. Guadagnava molto ed era anche un esteta irriducibile e magnanimo: il lusso e il bello erano per lui indispensabili, tanto che il volgare e il brutto gli causavano una vera e propria sofferenza fisica. Aveva sempre con sé un numeroso stuolo di amici, allievi e "scrocconi" e partecipava volentieri alle feste nei più importanti salotti mondani. Morì prematuramente all'età di 37 anni, un aneddoto leggendario vuole che ad assistere al suo funerale ci fosse un numerosissimo corteo di donne, la metà delle quali erano state sue amanti in vita, l'altra metà invece era costituita da coloro che avrebbero voluto esserlo. L'opera che mi preme esaltare é il Ritratto di Gentildonna, conosciuto come "La Muta", che Raffaello eseguì nel 1507 e che ora è conservata nella Galleria Nazionale delle Marche, all'interno dello splendido Palazzo Ducale di Urbino.  La tavola raffigura probabilmente Maria Della Rovere Varano, nipote di Giulio II e vedova di Venanzio Varano. Alcuni sostengono si tratti invece di Giovanna Feltria, moglie di Giovanni Della Rovere. La sua identità ci interessa marginalmente però, perché in primis sì è colpiti dalle emozioni che evoca la sua vista. Il dipinto, un olio su tavola di 64 x 48 cm, è interamente pervaso da un'intensa ed intelligibile malinconia, che risulta a tratti struggente. Lo sguardo innaturale della giovane tenta di celare invano un dramma, che l'ha condizionata a tal punto da valerle l'appellativo  "la Muta". Un silenzio austero che la ragazza osserva in maniera anche troppo seria e composta. L'opera appartiene alla prima maturità di Raffaello e lo sfondo scuro e uniforme riesce perfettamente a risaltare i virtuosissimi dettagli del maestro, come il velo trasparente che lievemente accarezza le spalle della giovane, i drappeggi dell'abito e la collana che invita a posare lo sguardo sugli anelli e sulle mani, che rivelano un chiaro nervosismo nella posa. Raphael Urbinas incarnò l'essenza del puro talento, aderendo perfettamente agli ideali di spensieratezza e di scetticismo della sua epoca,  che lo consacrò vero genio pittorico rinascimentale. Carlo Trecciola

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