L’ambiente cucina

Giovedì, 30 Marzo 2017,
“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. […] Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola”. (Kitchen ,1988, Banana Yoshimoto)  L’evoluzione della società muta i bisogni dell’individuo e di conseguenza le forme dell’abitare. La cucina è l’ambiente che più di altri è stato fulcro e confluenza di molteplici aspetti delle strutture familiari e sociali di ogni epoca. È molto più di un complesso di tecniche per la preparazione degli alimenti; i cibi e il loro consumo non sono mai privi di caratteri rituali e cerimoniali in rapporto con i soggetti. L’idea della cucina la ritroviamo già nel Rinascimento con Leonardo Da Vinci, alla corte degli Sforza, ma è dalla prima metà dell’800 che si assiste alla nascita del concetto “moderno” di cucina grazie al lavoro di due donne americane: Catherine Beecher (1800-1878) con l’assembled kitchen, ossia l’organizzazione e la conformazione di mobili e strumenti poi generalmente nota come “cucina americana”, e Cristine Frederick (1883-1970) che traspose in uno scritto i rigorosi principi del taylorismo applicato dalle fabbriche alla pratica quotidiana della fatica domestica. Da un lato si stava verificando la riduzione del personale di servizio e la nascita della figura della casalinga; dall’altro l’introduzione del gas e dell’elettricità a servizio delle abitazioni davano i natali agli elettrodomestici.  Anche l’Europa si muove in questa direzione, e verso gli anni Venti , la cucina e le sue attrezzature diventano un vero e proprio laboratorio progettuale, strettamente legato alle tematiche dell’architettura e dell’edilizia con un’attenzione sorprendente rivolta alla donna e alla sua capacità di intervenire nella definizione degli spazi abitativi. La cucina razionale come mito domestico si stava sovrapponendo a quello della cucina come focolare: allo spazio simbolico e insieme comunicativo della cucina tradizionale, si sostituisce uno spazio di lavoro, funzionale e isolato dal resto della casa. Già nel 1923 il Bauhaus nella sua prima esposizione presenta un modello di abitazione in cui la cucina per la prima volta è stata progettata secondo i criteri relativi alla razionalizzazione del lavoro domestico. Pochi anni dopo, l’austriaca Margarete Schutte Lihotzky affronta le nuove problematiche legate alla costruzione di alloggi popolari, le cosiddette Siedlung, secondo modelli che rispondono a questi standard. Elabora la famosa “cucina di Francoforte”, concepita con una disposizione di elementi che tiene conto di tutte le esigenze pratiche collegate al lavoro da svolgere: piani di appoggio contigui, zona di preparazione illuminata, distanze minime negli spostamenti, materiali facili da pulire. Di fatto la cucina di Francoforte fa riferimento a modelli sociali in cui la donna intraprende ruoli più dinamici, con una crescente occupazione professionale esterna e la conseguente necessità di ottimizzare i tempi per il disbrigo del lavoro domestico. Negli anni ’30 è Luisa Lovarini che in Italia progetta la “Casa del dopolavorista” per la Triennale di Monza, insieme alla “Casa elettrica” del gruppo 7. Più tardi anche Le Corbusier, nella sua “Unité d’Habitation” progetta spazi abitativi in cui applica il proprio sistema, denominato Modulor, ovvero «una gamma di misure armoniose per soddisfare la dimensione umana, applicabile universalmente all'architettura e alle cose meccaniche», il cui progetto verrà affidato all’architetto Charlotte Perriand. Intanto si avvia una fase di semplificazione tecnica, di ricerca di nuovi materiali e una ancor maggiore cura per i dettagli, per giungere alla massima standardizzazione.  Tra il dopoguerra e il boom economico la cucina diventa la stanza simbolo non solo per lo sviluppo industriale , ma soprattutto dello status raggiunto dal gruppo familiare. Disporre di tutti gli elettrodomestici e accessori offerti dal mercato rappresenta per le donne l’accesso a un modello di vita contemporaneo in cui il design gioca un ruolo chiave. Espressioni quali componibilità e modularità entrano nel linguaggio comune grazie alla standardizzazione tra produttori di elettrodomestici e progettisti di arredi per cucina. Si assiste alla nascita di un nuovo scenario domestico, tra gli anni ‘80 e ‘90, nel quale lo spazio circostante risulta disarticolato e in cui concedersi il tempo di guardarlo e adoperarlo equivale a possederlo.   Lo scenario si evolve ulteriormente fino ai giorni nostri dove in modo più disinvolto e aperto il luogo cucina in comunione con il soggiorno diventa di nuovo piacere per tutti. In cui tutta la famiglia vi si raccoglie e con essa gli amici più cari.

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