Il design anonimo e gli oggetti senza identità

Giovedì, 24 Marzo 2016,
“Fra tutti gli oggetti i più cari sono per me quelli usati. Storti agli orli e ammaccati, i recipienti di rame, coltelli e forchette che hanno di legno i manici, lucidi per tante mani; simili forme mi paiono di tutte le più nobili. Come le lastre di pietra intorno a case antiche, da tanti passi lise, levigate e fra cui crescono erbe, codesti sono oggetti felici. Penetrati nell’uso di molti, spesso mutati, migliorano forma, si fanno preziosi perché tante volte apprezzati” per Bertold Brecht questa era l’idea di oggetti d’uso. Munari intitolò un articolo in maniera illuminante: “compasso d’oro ad ignoti” e ci sarebbe in effetti bisogno di premiare gli ignoti che mettono a punto le invenzioni che ci circondano quotidianamente e che permettono lo svolgimento di azioni considerate scontate: lo spazzolino usato la mattina per lavarsi i denti o la moka utilizzata per preparare la classica e italianissima colazione sono due degli infiniti esempi che ognuno di noi incontra quotidianamente.  L’oggetto ignoto, impersona il design pop dove il termine non indica un popolare scontato ma altresì più profondo, un sapere frutto di processi infiniti: poteva essere il contadino che piegando meglio il metallo della sua pala faceva meno fatica alla fine della giornata o l’arrotino che ha preferito fare quattro rebbi della forchetta piuttosto che tre. Lo stesso oggetto può essere manipolato in infinite variabili nella forma ma l’essenza è la materia, il panetto di argilla che passa di mano in mano a più progettisti. Eppure non è in queste messe a punto lo spirito più autentico del design?  Cosa curiosa di questi oggetti orfani di genitori illustri, ma allo stesso tempo espressione di quella cultura popolare la cui più straordinaria caratteristica è di essere riconosciuti universalmente e per questo conservare una identità radicata nell’uso quotidiano.  Per i nomi del design contemporaneo, progettarne una nuova versione corrisponde il rischio di sostenerne l’impronta dell’uso, dell’impatto e della riconoscibilità che il progetto ridefinisce proponendolo ai consumatori. Da designer ancora in erba mi lascio stupire dalle forme e dal loro funzionare: piuttosto che una lampada cromata del noto designer di fama internazionale, mi lascio sedurre da forme e incastri messi a punto da chissà quante mani così da vedere il macinapepe scovato nel negozio sotto casa sotto una luce completamente diversa. Il costo, poi! Il designer anonimo non ama la fama, è schivo e modesto, proprio dedito al suo lavoro! I prodotti sono economicissimi e quindi non solo banalmente onnipresenti, ma disponibili a tutti. E allora, se tutti possono essere designer, la figura professionale, che si è formata tra politecnici e scuole d’arte, che ruolo ha? Quello di mantenere uno sguardo curioso su tutto quel sistema di oggetti che non hanno autori e lavorare al perfezionamento per migliorare lo stesso quotidiano, di cui gli oggetti anonimi continuano a raccontare. Greta Dalessandro

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