Lucio Fontana (Rosario, 1899 – Comabbio, 1968) è stato uno degli esponenti di spicco dell’Informale in Italia insieme ad Alberto Burri. Quest’ultimo capitanava l’”arte materica”, ovvero prediligeva un rapporto intenso (quasi intimo) con la materia e le sue stratificazioni, creando forme mediante tutto ciò che appariva senza forma. Fontana, invece, si fece portavoce dell’”arte gestuale”, incardinando la propria esperienza artistica sul gesto, inteso come creatore di nuovi spazi. Per tanti anni l’artista in questione è stato incompreso e criticato dai critici d’arte, nonché, anche attualmente, dagli spettatori, i quali non riuscivano e non riescono a scorgere dell’arte dinnanzi alle sue opere, trovando, inoltre, dissacrante definirle tali. Fontana è sempre andato oltre, sia per quanto riguardava le polemiche alle quali era soggetto, sia in riferimento, propriamente, ai suoi lavori: attraverso lo “Spazialismo”, l’arte oltrepassa la bidimensionalità della tela, scorgendo e indagando, attraverso tagli e buchi, la nozione di spazio, quello reale. L’artista, ha voluto aprirsi a spazi nuovi, mettendo fine all’arte passata e ponendosi quale anticipatore dell’arte concettuale. Tramite le sue opere, siamo spettatori dell’annullamento della linea di confine tra la bidimensionalità e la tridimensionalità, quindi la linea di confine tra pittura e scultura. Fontana, infatti, non ha mai proclamato le sue opere né quali sculture né quali pittura.
Lo Spazialismo di Lucio Fontana e la rivoluzionaria nozione di spazio
La genesi dello Spazialismo, va ricercata in un percorso articolato, curato analiticamente da Lucio Fontana alla riscoperta dell’arte antica, fino a giungere a quella moderna. Si può affermare senza indugio, che i suoi tagli e buchi prefigurino la prosecuzione di una precisa e ponderata direttrice storica. Il punto d’inizio della sua nuova visione del concetto di arte, si ritrova nell’arte barocca, con le figure che pareva abbandonassero la cornice loro riservata per dilatarsi e protrarsi nello spazio. Prosegue, poi, col futurista Boccioni e col suo concetto di spazio, inteso quale dinamismo, tridimensionalità, movimento, forme-forze, potenza espansiva dei corpi. Dopo di lui, l’arte sembrava incapace di dar forma a questa specifica nozione di spazio, non fosse stato per il contributo di Fontana, il quale, in modo del tutto nuovo ed inconsueto, ha originato continuità al suddetto concetto. È così che, nel 1946, elaborò il Manifesto blanco, nel quale mise a punto le teorie cui, di lì a poco, confluiranno nello Spazialismo (1947-1952), un movimento artistico di matrice prettamente italiana il quale, sulla scia del Futurismo e con l’ironia del Surrealismo, tende a «non imporre più allo spettatore un tema figurativo, ma lo mette nella condizione di crearselo da sé, attraverso la sua fantasia e le emozioni che riceve». L’arte, dunque, non doveva più sottostare alle limitazioni della tela o della materia, ma poteva allargare il suo campo, espandendosi attraverso nuove forme e tecniche espressive. In Fontana risiedeva la maturata consapevolezza che l’arte sia eterna ma non immortale, come andava sostenendo dal primo manifesto dello Spazialismo. È eterna perché destinata a rimanere tale in quanto gesto e in quanto frutto dello spirito creativo dell’essere umano, ma è mortale perché la materia fisica di cui è composta andrà a degradarsi e poi a dissolversi col trascorrere del tempo.

Opera di Lucio Fontana “Concetto Spaziale, Attese” (cementite su tela, 1964)
L’intervento gestuale di Fontana atto a indagare la realtà
Per Fontana, l’arte rappresentava congiuntamente: lo spazio, il tempo, la luce, il colore, il suono. Partendo da questo presupposto, volle trovare una dimensione che potesse inglobare i suddetti elementi e, al contempo, surclassare le nozioni di pittura e scultura. Trovò la soluzione alla fine degli anni Quaranta, precisamente dal 1949, attraverso i “Concetti Spaziali”, ovvero mediante i buchi sulla tela. Dal 1958 al 1968, si dedicò alle “Attese”, propriamente ai tagli. Così facendo, pose importanza al gesto, il quale non era mai distruttivo, come invece parrebbe, ma si impose di sconfessare la pittura come rappresentazione. L’intervento gestuale dell’artista, non consisteva tanto nel dipingere, quanto nel tagliare o solcare, esplorando le suggestive possibilità di uno spazio in espansione che andasse al di là di quello, angustamente a due dimensioni, della semplice tela. Quindi, il significato che assumono i gesti, non è pessimistico o disfattista ma, piuttosto, indagatore: va ad indagare uno spazio che travalica i confini del sensibile donando allo spettatore che osserva il quadro, a detta di Fontana, «un’impressione di calma spaziale, di rigore cosmico, di serenità nell’infinito». Tentare di spingere lo sguardo al di là della rassicurante bidimensionalità della tela significava scardinare un sistema di valori e di certezze che neanche le grandi Avanguardie storiche del Novecento erano riuscite a mettere in crisi in modo così radicale e assoluto. I gesti di Fontana, in conclusione, ci parlano di loro stessi, dialogano con noi e trasudano storia, quella relativa al duro dopoguerra italiano, riflessioni sull’essere umano, sulle sue conquiste ma anche sulle sue precarietà.

Opera di Lucio Fontana “Concetto Spaziale” (inchiostro e matita su carta disposta sulla tela, 1957).