Christo: l’artista che vivrà nei secoli

03.06.20 , Arte , Lucrezia Lucchetti

 

Christo: l’artista che vivrà nei secoli

“Christo ha vissuto la sua vita intensamente e al massimo, non solo sognando cosa gli sembrava possibile fare, ma realizzandolo”. Recita così un comunicato stampa dell’ufficio dell’artista bulgaro Christo Vladimirov Javacheff, che è “passed away”, come scrivono gli Americani, all’età di 84 anni nella sua casa di New York. Per cause naturali sottolineano i giornali, e la cosa ci rincuora. Perché noi italiani siamo affezionati a questo artista strabiliante, che accolto tra le prime risate iniziali per via di questa omonimia di suono con il Messia, ha colpito nel profondo il bel paese con l’opera Floating Piers sul Lago d’Iseo (2016). Le passerelle color arancio sulle acque scure e dolci della Lombardia sono diventate virali e tra le immagini più cliccate e condivise in internet, proprio quando Instagram si accingeva a diventare la piattaforma social per eccellenza. Perché le palette delle opere di questo protagonista indiscusso della Land art, non sono soltanto decisamente instagrammabili, ma anche strabiliantemente moderne. Forse agli esordi della sua carriera, quando Christo aveva impacchettato Porta Pinciana a Roma, trasformandosi in un pioniere dell’arte paesaggistica, già tra i più rivoluzionari, mai si sarebbe immaginato che la sua innovazione artistica si sarebbe protratta fino ai giorni nostri, rimanendo come allora, impegnata, modernissima, già in piena avanguardia. Mai si sarebbe sognato che tutta la sua produzione, che si consolidava nei primi anni del 1970, sarebbe arrivata fino al secondo ventennio del XXI secolo, senza perdere brio, folgore, vibrazione, intensità, senza diventare uno strascico di un qualcosa che negli anni Settanta era già più sovversivo tra i sovversivi, ma che avrebbe potuto perdere la scintilla. Non è successo.

Di Christo ancora oggi condividiamo le foto, le opere, le grandi installazioni, la famosa esposizione arancio curata da Germano Celant, dove i visitatori hanno pensato di avere davvero il potere di camminare sulle acque come il Cristo della Bibbia, guidati però dal Christo bulgaro, le bellissime isole della baia di Biscayne a Miami circondate da teloni rosa-fucsia nell’istallazione Surrounded Islands nel 1983, e andando indietro nel tempo, l’intensa Wrapped coast, la scogliera di Little Bay in Australia, lunga 2,4 chilometri, coperta con 92.900 metri quadrati di tessuto e con 56,3 chilometri di corda. Un’altra delle sue opere più famose è Running Fence (1972-76) a Rifle in Colorado, una barriera lunga 24 miglia, formata da un’alta tenda di tessuto sintetico che si snodava nel paesaggio come una specie di muraglia Cinese artificiale, effimera e leggerissima. Tutti questi interventi spettacolari lo annoverano tra uno dei maggiori protagonisti di quel percorso artistico che è la Land Art, un’etichetta che oltre ad essere il titolo di un film di Gerry Shum che documenta i lavori di Walter de Maria, Robert Smithson, Michael Heizer, Richard Long e altri, raccoglie sotto di sé tutti gli interventi artistici che vanno oltre lo spazio espositivo fino a quel momento conosciuto della mostra o del museo (siamo negli anni 1967-68), per trovare sfogo nei luoghi naturali quasi sempre sconfinati degli Stati Uniti, come il Nevada e il Colorado o nelle aree urbane.

Ma Christo va anche oltre Turrel, Heizer e de Maria, perché decide di impacchettare i monumenti e gli edifici oltre che le valli e le scogliere.

E così tra le sue opere più famose troviamo l’impacchettamento del bellissimo Pont Neuf nel 1985 con un tessuto giallo ocra che di notte rifletteva la luce gialla dei lampioni, il ponte più vecchio di Parigi, protagonista anche di un film d’amore ‎meraviglioso prodotto da Christian Fechner; quello del Reichstag di Berlino, simbolo della Germania, con un tessuto argenteo che lo ha reso una specie di roccaforte fantascientifica, una specie di palazzo di cristallo immobile e intoccabile. E andando ancora indietro nel tempo, nel 1974, l’azione sulla Porta Pinciana di Roma, che a guardare le foto oggi, sembrava più quella di un restauro che di un intervento artistico. Celare un oggetto, in questo caso edifici o monumenti, come quello equestre di Re Vittorio Emanuele davanti al duomo di Milano nel 1970, è un fattore scatenante nella produzione di Christo. Celare significa per lui evidenziare, mostrare, far saltare ancora di più all’occhio, perché un qualcosa che ci viene coperto da un telo, ci mostra subito l’importanza dell’oggetto e il vuoto che ci lascia nel momento in cui scompare dalla nostra vista. Un sapore enigmatico ma anche protettivo: i teli, tutti in materiali riciclabili, si adagiano sulle strutture, lasciando intravedere le forme e le dinamiche, nascondendone l’essenza, in un gioco di coperto-evidente che ci sgomenta e ci emoziona, ma senza turbarci, bensì ammaliandoci. Per non parlare dell’uso dei colori, forti, intensi, di una cromaticità aggressiva, quasi sempre in contrasto con i colori neutri della natura e dei contesti, ma perfettamente e volutamente accostata. Ocra, fucsia, rossi, arancioni, bianchi luminosi, che vestono gli spazi e i monumenti di un abito moderno, ardito, ringiovanito. In tutto questo Christo è stato e sarà per sempre, un artista modernissimo, di quella modernità eterna che nasce negli anni Settanta e travalica lustri e secoli, con dei tempi lunghi quanto quelli per preparare e allestire le sue opere, ma la cui intensità, nei significati e nei colori, nella libertà di raccontare gli spazi e la natura attraverso dei modi totalmente diversi e alternativi, sarà altrettanto longeva.

Salutiamo un artista che ha fatto la storia con la bellezza dei suoi teli colorati, e con un coraggio senza limiti, come i chilometri delle sue corde.

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