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L’importanza delle opere custodite nella Pinacoteca di Città di Castello

Giovedì, 04 Febbraio 2016,
Arte,
Cinta ancora per buoni tratti dalle mura cinquecentesche Città di Castello si distende lungo la valle del Tevere, là dove i Romani avevano stabilito il municipio di Tifernum Tiberinum.La sua Pinacoteca comunale, dopo la Galleria Nazionale dell’Umbria, è il museo umbro più importante: conserva opere che vanno dal 1300 al 1900 a testimonianza delle vicende artistiche e culturali che hanno caratterizzato il territorio tifernate. Nelle oltre trenta sale il visitatore ha la possibilità di cogliere l’immagine di un luogo per lungo tempo crocevia di culture e tradizioni diverse, fra Toscana, Umbria e Marche. Alle grandi opere degli artisti del passato, tra le quali emergono “Il martirio di S. Sebastiano” di Luca Signorelli,  lo “Stendardo della SS. Trinità” di Raffaello Sanzio, l’ “Incoronazione della Vergine” di Domenico Ghirlandaio, recentemente si è aggiunta la collezione Ruggieri che offre la possibilità di ammirare opere di artisti del ‘900 tra cui “Marina” di Carlo Carrà, una “Natura morta” di Renato Guttuso, “Gruppo in osteria” di Mario Mafai. É nel Rinascimento che Città di Castello conobbe il suo massimo splendore, sotto la signoria dei Vitelli e grazie al suo mecenatismo la città divenne un angolo di Toscana in terra umbra per lo stile architettonico delle dimore e dei palazzi, chiaramente ispirati al gusto fiorentino. In segno di ringraziamento i più grandi tesori in città, sono oggi conservati proprio in uno dei cinque palazzi che la famiglia eresse a Città di Castello, Palazzo Vitelli alla Cannoniera, chiamato così perché costruito nei pressi di una fonderia di cannoni, caratterizzato dalle bellissime decorazioni a graffito della facciata eseguite da Cristofano Gherardi su disegno del Vasari. Quello che colpisce passeggiando fra i capolavori della Pinacoteca è che il linguaggio figurativo di Luca Signorelli fu predominante nell’alta Valle del Tevere. L’affermazione della cultura signorelliana, che si radica profondamente anche per una sorta di affinità elettiva della zona con il confinante mondo toscano, trova una plausibile spiegazione nella contemporanea assenza dallo stesso territorio dell’altro grande polo figurativo del momento, la pittura del Perugino. La cosa singolare è che l’ambiente artistico tifernate restò fedele all’impronta del Signorelli anche dopo la parentesi raffaellesca che dipinse per chiese e committenti di Città di Castello ben quattro capolavori tra cui lo “Sposalizio della Vergine” oggi conservato a Brera. Anzi è provato che lo stesso Raffaello nel portare avanti le commissioni di Città di Castello si avvicinò alla pittura del Signorelli studiando il “Martirio di S. Sebastiano” mentre dipingeva lo “Stendardo processionale della SS. Trinità”. Lo si vede dal disegno preparatorio del Dio Padre conservato ad Oxford, nel quale Raffaello si divertì anche a copiare l’arciere del cortonese. Bisognerà attendere la pittura di un artista originario di S. Sepolcro, Raffaellino del Colle, operante a Città di Castello intorno alla prima metà del XVI secolo, per assistere ad una penetrazione di cultura raffaellesca nell’Alta Valle del Tevere. Una delle migliori prove dell’artista per Città di Castello è l’ “Annunciazione” proveniente dalla chiesa della Madonna delle Grazie, dove però la grazia raffaellesca è già mediata da elaborazioni manieristiche alla Giulio Romano. In un’opera più tarda dell’artista, la “Deposizione”, altro grande capolavoro del museo, si percepisce già una tensione misurata di affezione michelangiolesca. Passando attraverso il luminoso loggiato di Palazzo Vitelli si fa un salto nei secoli e si arriva alla sezione moderna del museo dedicata alle opere di scultura di Elmo Palazzi (1871 -1915) e di Bruno Bartoccini ( 1910 -2001) che fece della figura femminile la sua fonte d’ispirazione, resa nei suoi piccoli gesti quotidiani, stante o in movimento.

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