Disuso e riqualificazione urbana: dallo scarto al riscatto

Venerdì, 05 Febbraio 2016,
 
"...lo spazio entro il quale vivremo i prossimi decenni è in gran parte già costruito. Il tema è ora quello di dare senso al futuro attraverso continue modificazioni alla città, al territorio, ai materiali esistenti", scriveva il prof. Bernardo Secchi in Casabella, nel 1984. Oltre trent'anni dopo, sembra che il futuro al quale si riferiva l'architetto, ingegnere ed urbanista milanese, si sia nel frattempo tramutato in presente. Un dibattito questo, che seppur dalla genesi tutt'altro che recente, assume ultimamente anche in Italia sembianze sempre più concrete e coinvolge attivamente un numero crescente di organismi sia pubblici che privati. Si cita RI.U.SO., iniziativa promossa da CNAPPC, ANCE e Legambiente, atta ad incentivare la rigenerazione urbana sostenibile, oppure l'impegno sociale del Senatore Renzo Piano, volto a rammendare le periferie, per recuperare e rivitalizzare questi spazi urbani. Segnali di conferma arrivano da Palazzo Chigi, che nel finale dell'anno appena trascorso aggiunge un altro tassello in merito, adottando misure per favorire interventi di riqualificazione di aree urbane degradate, senza ulteriore consumo di suolo. È evidentemente necessaria una controtendenza rispetto allo spietato utilizzo di territorio inedificato, dettato da mere logiche speculative. Questo non significa ostacolare i processi di espansione della città, ma piuttosto è un appello ad uno sviluppo cosciente e sostenibile, ad una crescita per implosione e non per esplosione. L'attenzione si concentra quindi sull'edificato preesistente che ha perso la propria funzione e che chiama nuova vita. Conventi abbandonati, ex carceri, strutture militari in disuso, vecchie zone portuali, fabbriche o intere aree industriali dismesse a seguito di un progressivo processo di deindustrializzazione delle periferie urbane. Costruire nel costruito è uno degli "slogan" che sintetizza il concetto ed esprime un approccio auspicabile che porta a rivitalizzare l'esistente o comunque a trasformare la città solo su aree già oggetto nel tempo di interventi infrastrutturali ed insediativi, ponderando memoria e rinnovamento. Le opere, calibrate a seconda dei casi, potranno portare ad inserire nuove funzioni nell'edificato in luogo di destinazioni d'uso inattuali; potranno  prevedere azioni più conservative laddove la qualità dell'edilizia storica lo richieda e le capacità prestazionali dei manufatti lo consentano senza eccessive forzature. In alcuni casi si tratterà di ristrutturazioni, in cui eventuali forme addizionali, tecnologie e materiali del passato dialogano con quelli della contemporaneità senza mimetismi. Ove invece sussista un elevato livello di degrado degli edifici o manchino elementi di interesse per la collettività, ci si orienterà verso una demolizione con o senza ricostruzione, introducendo elementi di qualità urbana progettati in funzione degli abitanti. Che siano singoli episodi architettonici o brani di città, accomunati dalla condizione di scarto urbano causa inutilizzo, chiedono oggi un dignitoso riscatto. Non mancano esempi di best practice. Il territorio ringrazia. Gen.2016_Alessio Proietti

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