Vestire l’abitante: abito, abitacolo, abitazione

Mercoledì, 03 Gennaio 2018,
Moda,
Dalle interazioni con persone, luoghi, oggetti, costumi, l’uomo forma le abitudini e i legami che plasmano la propria identità. Trova nell’ambiente congeniale alle proprie inclinazioni l’habitat ideale, fatto di punti di contatto e barriere tra se stesso e il mondo esterno. Stabilisce così un’interfaccia, una membrana tra dentro e fuori. La prima, fornitaci di serie, è la nostra pelle: possiamo abbronzarla, truccarla, tatuarla, ma tant’è. Ci dotiamo quindi di altri gusci, che rispondano alle necessità di proteggerci o esporci, distinguerci o uniformarci, mostrarci o talvolta nasconderci. In ogni caso, i nostri involucri in qualche modo ci rappresentano, raccontando i nostri tempi, luoghi, bisogni e tendenze. Così gli uomini si rivestono di cachemire colorato, carrozzerie metallizzate e cappotti termici, in un’ideale matrioska di abiti, abitacoli e abitazioni, con al centro l’abitante. La profonda connessione tra questi termini risiede nella stessa matrice etimologica: habere, che in latino significa stare, possedere. Habitus, in particolare, indica l’aspetto esteriore, la tendenza, la caratteristica. Ovvero gli elementi alla base dello stile.  Stilisti, designer e architetti adeguano infatti i prodotti alle esigenze degli utenti, disegnando su di loro ogni ulteriore pelle. Senza soluzione di continuità tra le discipline, concorrono alla definizione del loro modus di vivere, di apparire e di interfacciarsi con gli altri. Coco Chanel sosteneva che “la moda è architettura, è una questione di proporzioni”, mentre Le Corbusier trovava nello stretto rapporto tra casa e automobile il soddisfacimento di bisogni essenziali. L’architetto, che conformava sull’uomo edifici come fossero macchine per abitare, si cimentava altresì in progetti di automobili, concepite come moduli abitativi minimi e temporanei, guidato dalla ricerca dell’ergonomia e dell’euritmia. Negli anni ’60, gli Archigram, gruppo inglese di avanguardia architettonica, sperimentavano le case-abito, unità abitative mobili, modellate attorno al corpo umano e alle sue necessità fisico-motorie, ricercando una fusione totale tra l’uomo e il suo habitat artificiale. Restituivano inoltre visioni di scenari urbani futuribili, ironiche e provocatorie, espresse in chiave pop come composite tra mezzi di trasporto, costumi del momento e possibili spazi del vivere. Oggi, brand come Armani e Versace vestono le abitazioni con arredi e complementi, Gucci e Cavalli siglano i look di autovetture, mentre architetti come Renzo Piano e Jean Nouvel hanno a portfolio, tra l’altro, una borsa da donna e una linea di calzature. Pininfarina, azienda attiva da quasi un secolo nel settore delle carrozzerie per automobili, compare tra i primi studi di architettura in Italia per fatturato negli ultimi anni, e un designer come Walter de Silva disegna scarpe per il marchio da lui stesso fondato, dopo aver progettato auto per una vita (Alfa 156, Audi A5 e Lamborghini Miura Concept, per citarne alcune). Invasioni di campo o annullamento delle frontiere tra differenti ambiti? O forse un luogo di grande creatività, quale è lo spazio di confine tra le discipline, in cui riflettere sui nostri bisogni, desideri, gusti, vizi. Riflettere sulle abitudini umane. Quelle stesse abitudini che definiscono il nostro habitat, e con esso tutto ciò che ci distingue, circonda, veste.

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