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MILANO - MONTECARLO - MIAMI

IL CARAVAGGIO DELLE MARCHE: GIOVANNI FRANCESCO GUERRIERI

A volte la grande storia dell’arte passa rasente la nostra vita quotidiana e noi, vuoi per abitudine, vuoi per noia, diamo per scontati episodi e personaggi che tutt’altra considerazione invece meriterebbero. Siamo a Fossombrone, città pregna di storia e di arte, nella Val Metauro, al di là della Gola del Furlo in provincia di Pesaro e Urbino. Nel 1589 questo paese, saldamente fedele alla Controriforma, vide nascere uno dei maggiori artisti marchigiani di tutto il ‘600: Giovanni Francesco Guerrieri. Il pittore crebbe in una famiglia agiata, il padre Ludovico infatti era dottore in legge e fu eletto podestà di Mombaroccio, feudo dei Bourbon del Monte. Purtroppo le notizie circa la sua fanciullezza ed adolescenza non sono così precise e spesso bisogna affidarsi all’intuizione per ricostruire la sua vita, questo perché il suo diario andò perduto nel corso dei secoli, insieme a molte sue importanti opere, di cui però ci sono pervenute alcune lettere che ne attestano la commissione e i relativi pagamenti in “pavoli”.

Il Guerrieri fu autodidatta e rimase legato per tutto il corso della sua vita ai luoghi natii marchigiani e a Roma, città che visitò in più riprese. Fondamentali furono i due soggiorni capitolini più lunghi, quelli che vanno dal 1605-1610 e dal 1615 al 1620.

I pareri dei grandi critici d’arte che hanno esaminato le opere del Guerrieri esprimono l’unanime tesi di un’influenza assai ampia nella pittura guerriniana da parte dei più disparati artisti, con un ventaglio che spazia dai predecessori del barocco e arriva ai rappresentanti dell’ età post aldobrandiniana.

Nei vari approfondimenti critici si citano i nomi di Caravaggio, Federico Zuccari, del Barocci, Orazio e Artemisia Gentileschi, del Domenichino, Orazio Borgianni, Antiveduto Grammatica, Simone Vouet, Guido Reni, Ludovico Carracci, il Lanfranco e il Guercino; sempre riferendosi esplicitamente a possibili influenze dei suddetti sul modus operandi del pittore che più di tutti ha sublimato la verità e il puro spirito naturale-caravaggesco, spogliandolo da ogni sorpresa ed epurandolo da ogni effetto speciale.

Guerrieri comunica con la semplicità della campagna e incarna perfettamente la risposta della Chiesa alla Riforma. Esaminiamo due sue opere poco popolari: il San Pietro in Carcere e il San Sebastiano. Entrambe appartengono al periodo di maturità artistica del pittore marchigiano; il primo quadro inizialmente fu attributo a Caravaggio, si notino infatti i rinvii ai tratti degli angeli di caravaggesca memoria.

Partendo dall’essenziale e semplice tono scuro dello sfondo, un sublime gioco cromatico s’intona perfettamente all’armonia del momento, appaga lo sguardo risaltando e amplificando i magnifici drappeggi degli abiti dei personaggi.

L’ambiente rappresentato è pervaso da un amabile e gradevole senso di cordialità, i movimenti dei soggetti sono morbidi e naturali, anche nel quadro in cui è raffigurato San Sebastiano è palpabile la genuina disinvoltura umana, che inebria la scena di una magia atipica ai caravaggeschi dell’epoca. La composizione artistica del Guerrieri è scevra da ogni artificiosa e affettata costruzione. È il naturalismo nudo e crudo che fa da protagonista, umile e semplice, senza inganni né messe in scena. Ecco la vera forza del pittore marchigiano, che non ha bisogno di urla e di macchinose composizioni per attrarre l’attenzione e destare piacere.

Le tele del Guerrieri sono un sommesso sussurro di vita vera, un anelito lievissimo di dolce verismo.

Carlo Trecciola