René Magritte e il profetico binomio realtà-rappresentazione

12.07.21 , Arte , Valeria Torchio

 

René Magritte (Lessines, 1898 – Schaerbeek, 1967), è considerato uno dei maggiori esponenti del Surrealismo. Fu un cultore della contraddizione, a cominciare da quella tra il modo in cui dipingeva e ciò che rappresentava. La sua tecnica pittorica era deliberatamente convenzionale, poiché l’obiettivo a cui tendeva era massimizzare il contrasto tra l’ordinarietà dello stile e la straordinarietà del soggetto. Il suo stile pittorico pedestre amplificava quello che era lo choc innescato da un immaginario carico di irrazionalità. Come le opere di altri surrealisti, i dipinti di Magritte combinavano una tecnica precisa e mimetica con configurazioni anormali e alienanti che si sottraevano alle leggi delle proporzioni, della logica e della scienza. Il risultato che ne conseguiva, era un universo immediato ma disorientante, a tratti curioso e a tratti inquietante, che spingeva lo spettatore sempre a guardare oltre il visibile. Per tutta la sua vita, l’artista belga si sforzò di trovare mezzi originali al fine di dileggiare i valori condivisi dall’esistenza quotidiana. Con lui siamo stati spettatori del proficuo dialogo tra filosofia e arte, tra reale e immaginario, mediante il suo gioco di rimandi tra oggetto e immagine, nome e cosa, realtà e immaginazione. È proprio riguardo a quest’ultimo binomio che possiamo riscontrare dell’attualità, quasi come se l’artista avesse avuto una visione premonitrice.

"Golconde" di René Magritte (olio su tela, 1953)

Il “Tradimento delle immagini” di René Magritte

Prendendo in esame il dualismo tra reale e la sua rappresentazione, quindi tra realtà e immaginario, caro a Magritte, nonché punto cruciale della sua poetica, l’immagine dipinta dall’artista, è sempre un’immagine meditata, pensata. Ne consegue che si tratti di un’immagine cui il pittore obbliga a riflettere sul suo status di immagine. Quest’ultima, non è mai una semplice apparenza, cioè un’illusione che inganna l’occhio facendosi passare per la realtà che essa rappresenta. Non si fuma, ad esempio, una pipa dipinta, poiché essa non è l’oggetto reale, ma la sua rappresentazione su tela. È il senso ampiamente evocato dal “Tradimento delle immagini”, oppure, dalla frattura interna al visibile, dalla differenza in cui si colloca l’arte del dipingere. Esiste un’impotenza della pittura che è per struttura, per essenza, separata dal reale, dal suo modello. Questa separazione, indica la capacità di tradire la stessa realtà: è la facoltà di far percepire la frattura che separa l’immagine da ciò di cui è immagine.

"La riproduzione vietata (Ritratto di Edward James)" di René Magritte (olio su tela, 1937)

Due opere emblematiche raffiguranti l’illusione della realtà

Prendendo in considerazione due opere emblematiche relativamente al binomio realtà-sua rappresentazione da una parte, e realtà ingannevole dall’altra, si può entrare nel vivo della concezione filosofica enunciata da Magritte. Nello specifico, si tratta di “L’uso della parola I” (1928-1929) e di “Il salasso” (1938-1939). Il primo, è un dipinto raffigurante una pipa recante la scritta «Questa non è una pipa». L’artista, vuole così sottolineare la differenza fra l’oggetto reale (la pipa) e la sua rappresentazione (la pipa dipinta). Ognuno ha quotidiana esperienza di questo curioso quanto inavvertibile equivoco dovuto alla convenzione che lega a ogni oggetto un nome. Inoltre, il messaggio che il dipinto trasmette, è di tipo filosofico e invita a riflettere. Per la prima volta, pertanto, lo scopo dell’opera d’arte non è più l’arte di per sé, ma una riflessione sull’arte stessa. In “Il salasso”, gouache su carta che rappresenta il dipinto di un muro di mattoni, le immagini evocano associazioni inaspettate. Se il muro in mattoni ostacola lo sguardo, il dipinto è tradizionalmente inteso come una finestra aperta sul mondo. Magritte, per la realizzazione di questa sua opera, pensò che fosse profondamente proibito mostrare il “nulla” o il “vuoto” che campeggiano al di là di un dipinto. “Il salasso”, dunque, fa luce sull’inganno di qualsiasi tentativo di rappresentazione. Il ruolo convenzionalmente e tradizionalmente assegnato alla pittura consiste nella raffigurazione mimetica del mondo circostante o, quantomeno, la rappresentazione di una sua idea. Magritte, al contrario, volle mettere in evidenza l’assenza di realtà che si cela dietro ogni opera d’arte e precisare lo statuto dell’opera d’arte in quanto mezzo per rivelare assenza e instabilità. Quindi, le nostre aspettative sul reale sono fatte, ancora una volta, vacillare.

In alto "L'uso della parola I" di René Magritte (olio su tela, 1928-1929). In basso "Il salasso" di René Magritte (gouache su carta, 1938-1939)

Il concetto attuale di identità reale e identità virtuale coincide con quello di realtà e rappresentazione enunciato da Magritte

Analogamente, possiamo riscontrare nei giorni nostri lo stesso tipo di situazione enunciata da Magritte nella sua poetica. C'è una differenza profonda tra realtà e rappresentazione ma, a volte, si rischia di fare confusione. Il fatto che l’immagine non parli di verità appare evidente nelle immagini dipinte, ma si tende a dimenticarlo nel caso delle fotografie. In riferimento a questo, la capillare diffusione dei social network, sta sempre più portando elementi di riflessioni nella società sul concetto di identità, sui confini tra identità reale e identità virtuale. Questa pervasività delle nuove tecnologie ha modificato la percezione non solo della realtà in cui viviamo, ma anche della propria identità che perde stabilità e fisicità. L’incorporeità tipica della “cyber-interazione”, crea un nuovo concetto di identità parallelo e sovrapposto a quello reale. Quest’ultima, quindi, incarna sia liberazione e possibilità di scoprirsi esponendo un’altra parte di sé stessi, sia, un modo efficace per mascherare la propria identità, rischiando, così di perdere la propria o di confonderla con la maschera frammentata digitale creata.

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