sezione arte riflesso magazine

Odore di zolfo nei ditorni di Brescia

Venerdì, 13 Maggio 2016,
Arte,
Se mai doveste imbattervi in un abitante della provincia di Brescia, non ditegli che avete “un diavolo per capello”. Potrebbe prenderla molto sul serio. Soprattutto se lo incontrate nel fitto del bosco non lontano dall'antico convento francescano di San Pietro in Colle, che domina dall'alto la cittadina bresciana di Rezzato. Qui, tra alberi e cespugli, si cela un misterioso e grottesco volto, dalle sembianze in parte d’uomo e in parte di bestia, scolpito nella viva roccia chissà quanti secoli fa: è il “Diaol”, diavolo in dialetto bresciano, detto anche “mostasù”, faccione. Secondo alcuni starebbe lì a commemorare la morte di un uomo avvenuta sul posto in un tempo lontano e ricordata anche da una data ormai appena leggibile (1798). Secondo altri, invece, raffigurerebbe un demone, se non il Diavolo in persona. Si narra anche di una fanciulla che proprio lì sarebbe stata arsa viva al rogo e di streghe e diavoli che in quel luogo si davano convegno per i loro sabba notturni. Il Diaol in realtà ricorda molto da vicino le antiche rappresentazioni di satiri e fauni (e il flauto di Pan ritorna misteriosamente nel Duomo di Brescia) ma anche tante raffigurazioni dell'arte celtica, come quelle delle falere nella necropoli di Manerbio, non distante da Rezzato. Ma se si aguzza la vista non si può far a meno di notare che il faccione è circondato da segni realizzati dall'uomo. Croci, numerose croci incise nella roccia, insieme a date (1640, 1655) a un'invocazione al Figlio di Dio rappresentata dal simbolico “IHS” (Iesus Hominum Salvator) e alla parola “diaboli”, quasi illeggibile per l’erosione dell’acqua e del vento. Graffiti incisi in epoche lontane per esorcizzare, e forse cristianizzare, zone ritenute dimora di spiriti maligni. Non distante dal Diaol di Rezzato, a Nuvolera, sulla cima del Monte Cavallo, vi è l'arcano cerchio di pietre del Sercol (“circolo” in dialetto bresciano) proprio quello del detto “Se non fai il bravo, ti porto nel Sercol” con cui i genitori bresciani scoraggiano dalla notte dei tempi i loro figli dal fare qualche bravata. Il Sercol, con il suo diametro di 42 metri e una profondità di 2, è disseminato di croci di cristianizzazione lungo tutto il perimetro, come se i monaci avessero provato invano a ingabbiare e non far dilagare i demoni pagani che vi dimoravano, per poi darsela a gambe terrorizzati da sinistri canti di galli. Questo secondo la leggenda. Ma il vero enigma del Sercol si trova al suo centro: una figura umana scavata nella roccia con le braccia rivolte verso un astro circolare, identificabile come un orante devoto al sole orientato ad ovest, verso il tramonto. Insieme ad essa compaiono altre forme tipiche della simbologia pagana, come un centinaio di piccoli cerchi di pietra di 130-180 centimetri di diametro (forse delle sepolture a pozzetto) delle coppelle naturali di 8 centimetri di diametro e una forma che richiamerebbe un teschio. E proprio qui, in seguito ad alcuni scavi, sono stati scoperti numerosi reperti che proverebbero una presenza umana nel posto tra il Mesolitico e il Neolitico Antico (6000-5000 a.C.) mentre a partire dall’Età del Rame (3000 -2500 a.C.) la zona potrebbe essere stata utilizzata come luogo di culto, come lascia ipotizzare il ritrovamento di buche isolate destinate ad accogliere statue-stele in legno. Di certo quest’area fu adibita a necropoli per tombe collettive. Sul Lago di Garda, invece, isolata sul promontorio di San Sivino, vi è una chiesetta ormai abbandonata e in rovina. Forse non è un caso che sia stata abbandonata, dal momento che sulla parete sud dell’edificio è possibile intravedere il segno di un patto con il Diavolo. Secondo la leggenda, un mugnaio del lontano 1200 aveva così tanto lavoro da riuscire a macinare il grano per metà della popolazione del territorio, ma un evento naturale gli fece mancare improvvisamente l’acqua per il suo mulino. Così pregò San Sivino di aiutarlo, ma, essendo rimasto inascoltato, si rivolse al demonio che gli offrì un vero e proprio contratto, firmando il quale il mugnaio avrebbe riavuto lavoro e ricchezza in cambio della sua anima dopo la morte. Il mugnaio accettò e firmò il patto con l’impronta della sua mano impressa nella pietra sulla parete del mulino, mentre il Diavolo fece altrettanto con l’orma del suo piede. Cioè i segni tutt’oggi visibili. Gli affari del mugnaio aumentavano di giorno in giorno, ma, giunto ormai alla soglia della vecchiaia, decise di confessare il suo patto diabolico a un prete e gli promise di regalare tutto il suo denaro e il mulino alla Chiesa. Il prete, così, esorcizzò la pietra che riportava il patto e la spezzò per sempre imprimendo una croce tra le due orme.

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