Mario Botta e le forme della memoria

Venerdì, 30 Gennaio 2015,
«I milanesi ameranno l’ellisse. Piermarini sarebbe d’accordo. Anzi, ho sognato che diceva: state facendo proprio il lavoro che volevo io». Con queste parole l’architetto Mario Botta rispose a chi nel 2004 accolse con scettica perplessità il suo progetto di ristrutturazione del Teatro alla Scala di Milano. L’opera consiste in due nuovi volumi rivestiti in marmo botticino, che si innalzano sopra i tetti e vanno a sostituirsi alle frammentarie superfetazioni che negli anni si sono annesse all'edificato esistente. Ad essi si aggiunge un corpo cilindrico a pianta ellittica avvolto da lame di pietra verticali accostate e adiacente la nuova torre scenica a forma parallelepipeda con tessitura a lastre orizzontali. L’architetto ticinese, che a Milano frequentò il liceo artistico, per poi proseguire gli studi di architettura a Venezia, è protagonista di altri interventi nel territorio lombardo a lui immediatamente riconducibili. Volumi puri, tagliati, che scaturiscono dal terreno con l’intento preciso di assolvere al loro compito funzionale, generati da un’imprescindibile relazione con le preesistenze. Chiaro in questo senso il progetto della chiesa di Seriate, in provincia di Bergamo, dedicata a Papa Giovanni XXIII, costruita in posizione antistante alla preesistente chiesetta settecentesca di Sant’Alessandro martire, in mezzo ad un'area verde di 17 mila metri quadri. Tre corpi edilizi collegati da un portico, insieme a linee geometriche nette e rigorose, definiscono un armonico complesso ecclesiastico rivestito in pietra rossa di Verona. La pietra è il materiale emozionale che l’architetto utilizza spesso, così come il laterizio, quest'ultimo protagonista nei suoi progetti come elemento portato e non portante, come da consuetudine. Un esempio di questo suo personale utilizzo anticonvenzionale del cotto è evidente nell'intervento di  riqualificazione dell'ex stabilimento della Campari a Sesto San Giovanni, realizzato in collaborazione con l'architetto Giancarlo Marzorati. Due edifici cerniera, la torre e il ponte, che vanno ad abbracciare la palazzina industriale di inizio secolo che ospitava la vecchia fabbrica e quattro torri residenziali a forma di quarto di cerchio. La sua poetica architettonica non trascende né l'aspetto costruttivo altamente innovativo né quello antropologico ed evocativo. Le sue sono costruzioni della memoria che tracciano il suolo, destinate a durare nel futuro in quanto rivelazione di un grande passato ed espressione formale di esso. Francesca Casanova

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